RISI, L’AQUILA E LA FICTION MALEDETTA

Marco Risi, figlio del ben più bravo regista Dino, firma una fiction che in questo periodo viene trasmessa sulla rete ammiraglia della televisione pagata con denari pubblici: “L’Aquila – Grandi speranze”. Si tratta di una “creazione” di Stefano Grasso che, assieme a Doriana Leondeff, ne firma anche il soggetto e la sceneggiatura.

È una fiction, e come tale andrebbe considerata. Se non fosse che Marco Risi ha firmato in passato film impegnati e di denuncia (Soldati – 365 all’alba, Muro di gomma, Fortàpasc): da lui ci si sarebbe aspettato, quindi, un racconto più aderente alla realtà e non volgarmente e falsamente fantasioso. Soprattutto perché in questo caso si parla di una città – ma il discorso va allargato a tutto il cratere sismico – distrutto dal terremoto del 6 aprile 2009 e ancora alle prese con una ricostruzione economica, fisica e psicologica davvero molto complicata. Ci sono stati 309 morti diretti –  senza considerare chi nel corso degli anni si è suicidato – e oltre 1.700 feriti nel fisico, non considerando le miglia e migliaia di persone ancora ferite nella psiche. 

Risi, e con lui Grasso e Leondeff, raccontano questa rinascita con la leggerezza spirituale di un “Vado a vivere da solo“, film con Jerry Calà, che segnò il debutto registico del figlio del regista. Il tutto, inventandosi di sana pianta situazioni che anche un idiota riuscirebbe a smascherare come false e grottesche: bande di ragazzini che si combattono nella zona rossa per accaparrarsi qualcosa tra le macerie; genitori che a un anno di distanza ancora cercano tra le macerie la figlia scomparsa; una coppia che – sempre a un anno dal sisma – è già tornata a vivere in centro (sic!) per dare un segnale agli altri cittadini; dialetti di tutta Italia, tranne che quello aquilano. Una fiction, appunto, strutturata male, pensata con un occhio ammiccante a Gomorra Suburra. Di vero non c’è nulla: qualche famiglia è tornata in centro da poco (e sono passati 10 anni!); ragazzini in lotta come a Scampia, non ci sono mai stati; in nessun terremoto italiano hanno scavato 365 giorni tra le macerie per cercare corpi. Rispetto alle altre due fiction, germogliate dal seme della violenza e che di questa si nutrono, in L’Aquila – Grandi speranze quella violenza è un’invenzione stolta tra le tante. Allora, perché? Perché gli sciacalli non sono solo coloro che ridevano la notte del terremoto o hanno provato a speculare sui mille aspetti della ricostruzione. Ci sono anche quelli che per mezzo punto di share sono disposti a raccontare favole truci nascondendosi dietro la cosiddetta “creazione artistica” No, in questo caso di artistico non c’è nulla. Risi, Grasso, Leondeff e tutti coloro che hanno permesso questo scempio culturale e sociale dovrebbero trovare un briciolo di dignità per chiedere scusa e cancellare il nome “L’Aquila”. Cosa, impossibile (togliere il nome) per ora, ma in futuro la Rai dovrebbe rimontare la fiction e correggere questa antropofagia culturale che specula sul dramma e fornisce a milioni di italiani uno spaccato falso e insultante di una popolazione i cui ragazzini si chiedevano dove fossero finiti gli amici di gioco: lungo la costa, nelle new town, e qualcuno li aveva persi anche sotto alle macerie.

Detto questo, una domanda: prima di autorizzare le riprese sui territori del cratere, qualcuno ha preteso di dare uno sguardo alla sceneggiatura? Non vorremmo che, presi dalla smania di ricevere l’attenzione di un nome di grido, ci si sia dimenticato che, comunque, almeno quei luoghi sacri non venissero utilizzati per un set di una stupid-fiction. Un monito per il futuro.

ENTI LOCALI: UN BUCO DI 10 MILIARDI

Io pago, tu paghi, egli paga, il Comune è in dissesto. Com’è possibile? Si dice: le multe prima o poi dovrai pagarle, perciò ti conviene farlo subito, prima che arrivi la cartella esattoriale con le more, gli interessi eccetera eccetera. Vero. Però come si spiega che ci sono miliardi non incassati dai Comuni per il divieto di sosta che ci ha mandato di traverso la giornata? E come si spiega che ci sono altri miliardi di Imu,Tasi,Tari, imposta su pubblicità e sulle insegne, addizionale Irpef e compagnia bella ancora lontani dall’incasso mentre per pagarle abbiamo dovuto rinunciare a una pizza, a un vestito, a una settimana di vacanze? Evidentemente è possibile farla franca. Non sappiamo come si faccia e non ci interessa, quello che conta è che qualcuno spieghi come mai a fronte di milioni di contribuenti precisi e fedeli, sia possibile per altri milioni far finta di nulla. Il problema è che dovendo far quadrare bilanci traballanti o dissestati, gli Enti locali attuano la più semplice delle iniziative: aumentare l’importo delle gabelle, a scapito dei soliti contribuenti onesti. È notizia di questo periodo, che la mancata riscossione dei tributi locali ha prodotto un buco di circa 10 miliardi, secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili relativi al 2017, forniti dalla Corte dei Conti, che sui Comuni vigila e fa le pulci. A fronte di accertamenti per 37,6 miliardi di lire, il denaro riscosso è stato di 27,8 miliardi. All’appello mancano 3,5 miliardi di tasse sui rifiuti e servizi, 3,2 di Imu e 2,1 di addizionale Irpef (una riscossione che tecnicamente spetta allo Stato, ma che una volta riscossa va nelle casse dei Comuni). Infine, mancano un miliardo e 700 milioni di multe non pagate.

Il bello è che gran parte di questa montagna di denaro non sarebbe più esigibile, quindi il furbo ha colpito ancora. C’è stato anche chi si è preso la briga di spulciare in giro per lo Stivale, scoprendo che ci sono posti dove non riscuotere le gabelle è quasi la norma ed altri – vivaddio! – dove le cose funzionano. Tra i Comuni di provincia, Avellino è quello meno solerte, raccogliendo appena il 55,26 per cento dell’accertato (25,237 milioni su 45,667). Non si discostano di molto Reggio Calabria (57,2%, con 72,025 milioni su 125,918), Enna (19,6 su 11,7 milioni), Latina (54,8/90,7), 102/161,8), Cagliari (99,6/159,8), giusto per fermarci ai primi sei. Tra le metropoli, svetta Roma: il Comune deve incassare ancora un miliardo e 97 milioni di euro (750 milioni di tributi e 347 di multe), Milano 651 milioni (rispettivamente 494 e 157 milioni.) e Napoli 485 (285 milioni più 200). Ma ci sono anche Comuni virtuosi, come L’Aquila, per esempio, la cui raccolta è altissima: quasi il 99 per cento dei 36, 336 milioni accertati), o Trento (98,69%), Isernia (94,91%). Bolzano (94,58%) e Genova (92,24%).

Si tratta solo di incapacità, di difficoltà burocratiche sull’affidamento degli incarichi di riscossione alle agenzie o di incapacità di queste ultime? L’Associazione nazionale dei Comuni (ANCI) ha calcolato che su 21 miliardi di crediti per la cui riscossione gli Enti si sono rivolti all’Agenzia delle Entrate (ex Equitalia), negli ultimi 17 anni ne sono stati riscossi 14. Il sospetto di tale inefficienza è che vengano privilegiate le grandi cifre di società e personaggi, quelle che fanno scalpore, e non quelle piccole dei comuni mortali. Ora, può darsi che davvero tutti questi elementi siano la causa di un mare di denaro pubblico non acquisito, però c’è anche chi sostiene che facendo pagare le gabelle i politici governanti perdono voti, quindi potere. Beh, forse è anche così, ma l’occhio di riguardo è per pochissimi, forse i grandi elettori, quelli che portano i voti degli altri o foraggiano bene le loro campagne elettorali. La restante parte dei cittadini paga e zitta!

Il bello è che gli stessi Enti locali, così solerti con l’indifeso travet, a volte fanno i furbi non pagando i contributi ai loro dipendenti, perché non hanno soldi in cassa, anche se gli importi vengono messi a bilancio. La differenza con i privati è che per gli Enti si parla di omissione mentre per i privati di evasione dei contributi previdenziali. Non solo: mentre i dipendenti privati rischiano la pensione per le “marchette” non versate, quelli pubblici no, perché sarà l’ente creditore, o in sua vece lo Stato, a farsene carico. Cioè: se il dipendente privato non ha i contributi, si arrangia, mentre a quello pubblico ci pensiamo tutti noi. Su quanto debbano versare gli Enti pubblici all’INPS non ci sono notizie, tanta è la riservatezza, mentre si sa che l’Istituto di previdenza deve recuperare dai privati circa 126 miliardi di euro per la cui riscossione si è affidato all’Agenzia delle Entrate. Purtroppo, sembra che ben 100 miliardi non siano esigibili per fallimento dell’azienda privata, morte del datore di lavoro, nullatenenza dello stesso. Quindi, pace. 

Perciò, che fare? Delle due l’una: o i Comuni si attrezzano meglio, e rendendosi più efficaci evitano di vessare sempre gli stessi, oppure ci si trasferisce tutti ad Asuni, sulle colline dell’Oristanese, la cui popolazione è in caduta costante (ora ci sono circa 300 anime). In quel Comune viene riscosso appena il 5,77 per cento dei tributi (duemila euro su 38 mila). È un’idea…

SICUREZZA: MENO REATI MA PIU’ PAURA

I furti in casa, il terrorismo, la crisi economica, perfino l’instabilità politica rendono inquiete le giornate degli italiani. Ma sopra tutti ci sono le catastrofi naturali. La terribile sequenza sismica che non lascia tregua al Centro Italia dall’estate dello scorso anno; le immagini di interi paesi distrutti e il ricordo delle vittime turbano più di qualsiasi altra cosa un popolo che si scopre sensibile alla salvaguardia ambientale, considerata anche come un aspetto della stessa incolumità dei cittadini. A sorpresa, rispetto al passato, i terremoti sono balzati in testa alle italiche preoccupazioni, più ancora delle tasse. Un salto di ben 13 punti percentuali nel decimo rapporto su sicurezza e insicurezza sociale in Italia e in Europa redatto dall’Osservatorio di Pavia. Così nella graduatoria delle paure, la percentuale di chi teme per sé e per i propri cari di rimanere vittima di disastri naturali, tra cui anche frane e alluvioni, è salita dal 25 al 38 per cento. Un dato che si accoppia bene con la paura più diffusa in assoluto, quella legata alla distruzione dell’ambiente e della natura, rilevata nel 58% degli intervistati.

Gli eventi naturali sono la principale causa di turbamento, ma non l’unica consistente. Basti pensare alla paura di attacchi terroristici, percepita dal 44 per cento delle persone. Un fenomeno che ha trovato impulso dagli attentati mortali in Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna, e che – per il momento, e speriamo anche dopo – ancora non si manifesta tragicamente anche da noi. Tuttavia, è un aspetto che influenza anche la paura dello straniero: nel 39% dei casi l’immigrato è percepito come un’insidia per l’ordine pubblico e come una minaccia per l’occupazione (36%). L’incremento di ben cinque punti rispetto al 2016 – si afferma nel rapporto – spiega anche perché siano diventati una minoranza coloro che ritengono opportuno mantenere la libera circolazione dei cittadini fra i diversi Paesi dell’Unione europea.

Ci sono poi le paure legate alla condizione sociale ed economica, come quella di non avere la pensione (38%) o la perdita del lavoro e la disoccupazione (37%). Molto diffusi anche alcuni timori più generici: quello per il futuro dei figli, ad esempio, accomuna il 50% degli intervistati, mentre l’instabilità politica ne preoccupa addirittura il 56%.Un capitolo a parte merita la sicurezza. Nonostante i dati delMinisterodell’Interno indicano un calo del numero dei reati, la percezione del cittadino va nella direzione opposta. Un episodio come quello del ristoratore che ha ucciso uno dei rapinatori entrati di notte nel suo locale, basta per far riemergere i timori mai sopiti di essere derubati in casa o scippati per strada.

Stando a un sondaggio dell’istituto Sondea, negli ultimi due anni la sicurezza è diminuita per l’85,95% degli intervistati e quasi la metà (48,82%) pensa che l’Italia sia meno sicura rispetto al resto dell’Europa. A preoccupare non è tanto la perdita di soldi o beni materiali, ma possibili aggressioni e l’idea che la violazione degli spazi si traduca anche in atti di vandalismo e nel furto di oggetti ai quali si è legati affettivamente. Il 72,59% degli italiani teme di subire un furto in casa e il 67% per strada. Gli anziani sono i più preoccupati da possibili vandalismi alla loro casa, così come chi abita in una villa. Mentre sono gli uomini, e le persone che abitano in grandi nuclei urbani, a temere in misura maggiore danni materiali ed economici.

Al vertice della classifica sulle regioni ritenute più pericolose, c’è la Campania (29,08% del campione), seguita da Lazio (25,54%), Sicilia (14,83%) e Lombardia (14,24%); Roma è ritenuta la città più insicura (34,38%), addirittura peggiore di Napoli (29,86%). Invece, i posti più tranquilli nella percezione degli italiani sono Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige tra le regioni, Trieste (38,80%), Cagliari, Venezia e Firenze tra le città. Per cautelarsi, il 94,79% ha dichiarato che per misura di sicurezza non apre la porta di casa a sconosciuti, tiene meno soldi in casa (87,33%) e controlla diverse volte di avere chiuso porte e finestre. Salvo poi a mettere di social le foto di dove si trovano in vacanza. Una società di sistemi di allarme ha svolto una ricerca dalla quale emerge che il 75 per cento dei ladri si avvale dei social (Facebook, Twitter e Instagram più di tutti) per identificare le potenziali vittime, capire cosa possiedono, doveva vivono e cosa si potrebbe rubare.

Attenuare questa enorme massa di timori e aumentare la serenità, per alcuni aspetti può dipendere anche da noi. Per esempio: non mettere in piazza (sui social) quello che facciamo e quello che abbiamo, ridurrebbe le possibilità di subire intrusioni domestiche da parte di male intenzionati. Non solo: adeguare le nostre case alle recenti norme sismiche, o stare attenti a dove costruire, diminuirebbe le possibilità di danni gravi. Comunque, un poco di fatalismo non guasta mai, altrimenti si vive male tutti i giorni.

FONDI COMUNITARI:CI SONO MA NON SI VEDONO

I soldi ci sono, tanti soldi. Li mette l’Unione europea, quelli che alcuni vorrebbero abbandonare… Per prenderli, basta presentare progetti validi e attuarli. Sembra semplice, in effetti lo sarebbe, ma la burocrazia e le inefficienze di molte regioni impediscono a questo enorme fiume di denaro di arrivare in Italia e di creare posti di lavoro e benessere. I soldi ci sono, ma spesso restano negli istituti di credito. Eppure i fondi europei costituiscono un’opportunità unica”. Il Piano Juncker è costituito da un Fondo di Garanzia di 21 miliardi di euro, di cui 15,5 miliardi destinati a infrastrutture e innovazione, altri 5,5 alle piccole e medie imprese; soldi che aggiunti ai fondi nazionali e privati potrebbero portare a finanziare progetti in totale per 315 milioni. Non sono noccioline. Negli ultimi nove mesi l’Italia ha cambiato passo nel selezionare i progetti che beneficeranno dei Fondi strutturali europei. Il cosiddetto “tasso di selezione” è salito dal 4 al 14,1 per cento, cosa che ci ha consentito di ottenere 10,4 miliardi di euro dei 73,6 previsti dalla dotazione complessiva dei Fondi strutturali e d’investimento europei (Esi) per il periodo 2014-2020. Tuttavia, la media Ue del tasso di selezione dei progetti è del 20,20 per cento; quindi, nonostante il considerevole passo in avanti, siamo ancora sotto di 6,1 punti rispetto alla media.

I fondi europei – accantonati dall’UE con le rimesse degli Stati membri – vengono erogati per sostenere la crescita delle aree più deboli, per un valore pari a un terzo di tutto il bilancio comunitario. Sono diversi: Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), che assorbe circa due-terzi delle risorse, e il Fondo sociale europeo (Fse). Il primo sostiene soprattutto la realizzazione di infrastrutture e di investimenti produttivi che generano occupazione, soprattutto nel mondo delle imprese. Il secondo mira a favorire l’inserimento professionale dei disoccupati e delle categorie sociali più deboli, finanziando in particolare azioni di formazione. Ci sono poi i cofinanziamenti statali e quelli regionali: Pon (Piani operativi nazionali) e Por (piani operativi regionali). 

L’Italia è destinataria di una trentina di miliardi di fondi europei che al momento sono bloccati a causa di ritardi di Governo e Regioni – soprattutto del Sud – che non hanno ancora nominato le autorità preposte a gestire, certificare e controllare i progetti. Inadempienze che possono costarci il disimpegno automatico delle somme. Una situazione che, secondo Bruxelles, delinea “una delle situazioni peggiori della Ue“. Inoltre, per un’altra tranche dei Fondi, nelle casse dell’UE rimangono 5,3 miliardi relativi alla programmazione 2007-2013. Andranno persi se entro questo mese non sarà presentata la rendicontazione delle fatture emesse entro il 2015. 

Fra lentezze burocratiche e cantieri in ritardo o bloccati dai ricorsi, su 28 miliardi di fondi strutturali a disposizione, certifica la Commissione europea, l’Italia ne ha utilizzati l’81 per cento, una decina di punti al di sotto della media Ue (90,3 per cento). Negli ultimi mesi questo ritardo ha spinto tutte le amministrazioni pubbliche che hanno in ballo progetti non ancora conclusi a un’autentica corsa ai pagamenti per non perdere il denaro, anche se i rendiconti dovranno poi passare al vaglio severo di Bruxelles, che potrà rifiutare il rimborso delle spese ritenute irregolari. Peggio di noi sono riuscite a fare solo la Romania (75 per cento) e la Croazia (65 per cento), mentre tra le nazioni più virtuose figurano la Polonia (che ha portato a termine 20 programmi su 21) e la Grecia che ha impegnato la quasi totalità dell’assegnazione (il 99,5 per cento). Come dire: ci sono Paesi che vogliono tutti i vantaggi della UE senza accettarne i costi. L’Italia fa l’esatto contrario: paga i costi, fa i sacrifici necessarî, e non è in grado neanche di ricevere quei fondi che le spettano di diritto.

L’associazione Openpolis ha elaborato i dati di Opencoesione (il portale governativo che monitora l’attuazione dei progetti finanziati dalle politiche di coesione) ed ha scoperto che quasi un progetto su 15 non è mai partito. Complessivamente i fondi strutturali sono stati suddivisi in oltre 900 mila interventi di varie dimensioni, ma 104 mila sono ancora in corso e 63 mila (il 7 per cento, per i quali l’Europa aveva messo sul piatto 3,2 miliardi) non sono neppure stati avviati, nonostante siano stati presentati, approvati e finanziati. Molti progetti riguardano le infrastrutture, ma tantissimi sono relativi a cose meno impegnative anche sotto il profilo dell’elaborazione. Gran parte delle incompiute riguarda interventi di taglia media (fra 10 mila e 100 mila euro) o medio-piccola (1.000-10 mila euro).

Certo, questa enorme massa di risorse non può essere utilizzata per sistemare problemi come le pensioni, i sussidi, i buchi della sanità. Però se venisse utilizzata, lo Stato non dovrebbe stanziare cifre considerevoli per molte opere realizzabili con i fondi europei, e potrebbe destinare quei soldi a settori che ne hanno bisogno. Basti pensare che i 5,3 miliardi citati prima sono quasi la stessa cifra che il Governo precedente aveva previsto per il taglio delle tasse. A volte i fondi europei vengono ottenuti per un certo tipo di progetto e poi utilizzati per altre cose (per esempio, qualche anno fa a Napoli 750 mila euro del fondo regionale di sviluppo servirono per organizzare il concerto di Elton John!): in questi casi se l’UE se ne accorge – e spessissimo accade, perché i controlli li fa…. – blocca tutto o chiede indietro il denaro. Altre volte è la malavita che, lesta a predisporre i progetti senza perdersi in fronzoli, riesce ad ottenerli attraverso società di comodo.

LA PEGGIORE BUROCRAZIA D’EUROPA

Per organizzare meglio l’attività dello Stato, l’imperatore romano Claudio (10 aC-54 dC) ricorse a una serie di accorgimenti che spostarono il potere e la gestione dal Senato a un corpo di funzionari che agivano da cuscinetto tra il potere la società. Questo, detto in parole povere, è quello che chiamiamo burocrazia. Cioè l’organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità e impersonalità. Da allora, tutti gli Stati si sono dotati di una struttura simile. Napoleone Bonaparte riuscì a realizzare un apparato burocratico estremamente accentrato, snello e ben funzionante. Ma quello era Napoleone… Letteralmente, burocrazia significa potere dell’ufficio, essendo la derivazione del francese “bureau” (ufficio) con il greco “krátos” (potere). Per il vocabolario è “il complesso dei pubblici funzionari”, ma per il normale cittadino è la croce da portare addosso nel corso della sua vita, tanti sono gli inghippi, i cavilli, gli intralci che pone ogni giorno nel rapporto con la pubblica amministrazione (Pa). Ora, accade che in talune nazioni la burocrazia risponda alle intenzioni di Claudio e sia organizzata alla maniera di Napoleone. In questo caso le cose funzionano. Da noi, purtroppo, non è così, tanto che tra i 19 Paesi dell’area Euro l’Italia è al penultimo posto in quanto a efficienza della burocrazia. Peggio sta solo la Grecia. A certificare quello che ognuno di noi capisce e vive sulla propria pelle, è stata la CGIA di Mestre, prendendosi la briga di esaminare quello che avviene nelle altre nazioni, attraverso l’esame di dati della Commissione europea in merito all’indice europeo sulla qualità dei servizi offerti dagli uffici pubblici. L’ Indice della qualità della Pubblica Amministrazione è il risultato di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici, l’imparzialità con la quale questi vengono assegnati e la corruzione.

Se la Finlandia, i Paesi Bassi e il Lussemburgo sono, nell’ordine, ai primi tre posti della graduatoria, Slovacchia, Italia e Grecia la chiudono. Sarebbe comunque sbagliato generalizzare, non tutta la nostra amministrazione pubblica è di bassa qualità. La sanità al Nord, molti settori delle forze dell’ordine, diversi centri di ricerca e istituti universitari assicurano delle performance che non temono confronti con il resto d’Europa. Nonostante ciò, il livello medio complessivo è preoccupante. L’incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici, che ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri che non intendono più investire in Italia, anche per il nostro sistema burocratico”.

Ad avvalorare la posizione di coloro i quali sostengono che per il sistema paese è imprescindibile avere una macchina statale che funziona bene, sono particolarmente interessanti anche i dati elaborati dall’Ocse. Infatti, secondo questa organizzazione internazionale, la produttività media del lavoro delle imprese italiane è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica. Purtroppo, i tempi e i costi della burocrazia sono diventati una patologia che caratterizza negativamente una larga parte del paese. In particolar modo le imprese italiane, essendo prevalentemente di dimensioni medio-piccole, hanno bisogno di un servizio pubblico efficiente ed economicamente vantaggioso, in cui le decisioni vengano prese senza ritardi e il destinatario sia in grado di valutare con certezza la durata delle procedure. Altrettanto preoccupanti sono i risultati dell’indagine campionaria condotta da Eurobarometro (Commissione europea) sulla complessità delle procedure amministrative che incontrano gli imprenditori dei 28 paesi dell’Unione. L’Italia si trova al 4/o posto di questa graduatoria, con l’84 per cento degli intervistati che dichiara che la cattiva burocrazia è un grosso problema. Solo la Grecia, la Romania e la Francia presentano una situazione peggiore della nostra, mentre il dato medio dell’Unione europea si attesta al 60 per cento. Se, invece, ritorniamo alla nostra elaborazione su dati della Commissione europea, sono ugualmente impietosi anche i risultati che emergono dalla comparazione sulla qualità della Pubblica Amministrazione a livello regionale. Rispetto ai 192 territori interessati dall’analisi realizzata nel 2017, le principali regioni del Centro-Sud d’Italia compaiono per 8 volte nel rank dei peggiori 20, con la Calabria che si classifica addirittura al 190/o posto. Come per il confronto a livello nazionale, il risultato finale è un indicatore che varia tra 100, ottenuto dalla regione finlandese Åland (prima), e lo zero alla regione bulgara dello Severozapaden. Per quanto riguarda le nostre regioni, quelle del Nord registrano performance migliori, ma nella classifica generale sono nella parte bassa: al 118/° posto a livello europeo troviamo il Trentino Alto Adige (indice pari a 41,4), la realtà territoriale più virtuosa d’Italia, seguito a pari merito dall’Emilia Romagna e dal Veneto (indice pari a 39,4) che si collocano rispettivamente al 127/o e al 128/o posto della classifica generale. Subito sotto troviamo la Lombardia (38,9), che è 131/a, e il Friuli Venezia Giulia (38,7), 133/a. Male, le regioni del Mezzogiorno: la Campania (indice pari a 8,4) è a 186/a, l’Abruzzo (6,2) 189/a e la Calabria, la peggiore tra le italiane, è addirittura 190/a, con un indice di soli 1,8 punti.

Giulia Bongiorno, ministro per la pubblica amministrazione, ha detto che “non abbiamo una Pa, ma tante Pa. Alcune corrono, altre sono alla preistoria. La sfida è difficile e richiede tempo, ma con nuove energie e con ricambio generazionale può finalmente partire rivoluzione digitale che trasformerà”. Recentemente il Governo ha approvato un provvedimento per la semplificazione. Speriamo che dia i suoi frutti. Vogliamo essere ottimisti, anche se decenni di storia ci inducono a essere cauti. D’altronde, lo stesso vocabolario, che registra anche i significati delle parole legati alla consuetudine, per burocrazia fornisce anche un’altra spiegazione: ” In senso astratto, il dominio o l’eccessivo potere della pubblica amministrazione, con l’improduttiva pedanteria delle consuetudini, delle forme, delle gerarchie; anche, a proposito di amministrazioni e organizzazioni non pubbliche, che ne ricalcano gli aspetti e, soprattutto, i difetti”. È detto tutto.

LE CONTRAFFAZIONI REALIZZANO I SOGNI

Se non avete il denaro sufficiente per compare una Lamborghini “Ursus” (200.00 euro) o una Porsche Macan (60.000), niente paura, per 20-25 mila euro potete soddisfare il vostro sogno, facendo versare litri di bile ai vostri amici e nemici. Tutto regolare: basta acquistarle dalle case automobilistiche cinesi che le producono uguali e le espongono addirittura ai loro saloni internazionali dell’auto. Beh, proprio uguali-uguali no, ma la forma è quella, e ciò che conta, alla fine, è l’apparenza. A colpo d’occhio, il Suv “Ulisse” sembra gemello dell’Hansu C60 Hyosow; la Macan, della Zotye T700; la Land Rover, della Land Wind XT (!); la Lifan 300, della 500L. Addirittura, la Chamgan CS75 raddoppia: il muso è identico alla Range Rover, la parte posteriore alla BMW X5! Quella delle auto è l’ultima frontiera – o la penultima, perché nel settore l’evoluzione è continua – delle contraffazioni o imitazioni. In questo caso è tutto regolare, ma negli altri, no. Chi di noi non ha in casa almeno una borsa Louis Vuitton, un capo di abbigliamento Gucci, un paio di scarpe Todds, un orologio Patek Philippe, un profumo Chanel o, addirittura, pezzi d’arredamento o sanitari falsi? Oggetti che costano pochissimo, ma che spesso appaiono originali e soltanto un occhio esperto riesce a coglierne la differenza. Apparire, apparire, apparire. Marco Aurelio sosteneva che “l’aspetto esteriore è un meraviglioso pervertitore della ragione”. Era uno che se ne intendeva, dato che, oltre a fare l’imperatore, era anche filosofo e scrittore. Il fatto è che la contraffazione è un reato ed è passibile di denuncia e sanzioni non solo chi vende merce contraffatta, ma anche chi l’acquista (con multe fino a 7.000 euro!). Il fenomeno interessa tutto il globo, ma l’Italia, dopo gli Stati Uniti, a livello mondiale è al secondo posto. A muovere le fila di questo commercio sono soprattutto la camorra e la ‘ndrangheta, come emerge dall’ultima relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della contraffazione, nella quale si evidenzia anche il crescente interesse delle organizzazioni terroristiche. Si tratta, infatti, di un comparto più remunerativo e meno rischioso penalmente di altri, come, ad esempio, il traffico di droga. I proventi vengono poi reinvestiti in attività lecite come la ristorazione, il turismo, l’edilizia.

Lo studio “Trade in counterfeit and pirated goods”, a cura dell’Ocse e dell’Ufficio per la proprietà intellettuale dell’UE, stima che il 2,5% degli scambi mondiali sia costituito da beni contraffatti, per un valore corrispondente di oltre 350 miliardi di euro, una cifra pari al Pil dell’Austria o alla somma dei Pil di Irlanda e Repubblica Ceca (le importazioni di merce contraffatta in Europa riguardano il 5% del totale). Si tratta della prima voce mondiale all’interno dell’”Illicit Trade”, molto superiore al traffico di droga. Nel rapporto del Censis “La contraffazione: dimensioni, caratteristiche ed approfondimenti”, si stima che il fatturato della contraffazione in Italia ammonti a oltre 7 miliardi di euro. Il settore maggiormente esposto è quello dell’abbigliamento, con un valore della produzione di 2,2 miliardi di euro, pari al 32,5% del totale. Seguono il comparto degli audiovisivi (quasi 2 miliardi di euro, il 28,5% del totale), il materiale elettrico, prodotti informatici o alimentari, un 1 miliardo di euro ciascuno. In termini di sequestri effettuati dalla Guardia di finanza nel periodo 2012/2016, su un totale di oltre un miliardo di pezzi, i macro-settori beni di consumo (439 milioni di unità) e giocattoli (251 milioni di unità) coprono il 63% del totale, seguiti dagli articoli elettronici (22% con il sequestro di oltre 245 milioni di pezzi) e dal settore moda (15% con oltre 164 milioni di pezzi).

Un aspetto che pochi considerano è che non solo i prodotti alimentari, ma anche quelli normali rappresentano un pericolo per la salute, a causa dei materiali altamente tossici utilizzati. Quello che segue è un elenco incompleto di prodotto contraffatti pericolosi: pellet per uso domestico di provenienza est-europea, cuscinetti a sfera importati dalla Cina via internet, tappi in plastica e copri lattina con marchio di note bibite, capi di maglieria realizzati con pelo di coniglio spacciati per cachemire, cosmetici e profumi contenenti alte percentuali di toluene e benzene; caloriferi assemblati con fibre di amianto, rubinetti che rilasciano il piombo, giocattoli contenenti ftalati; gioielli con un’alta concentrazione di nichel, scarpe e pelletteria con anomale percentuali di cromo esavalente; sigarette con valori di catrame, piombo e arsenico centinaia di volte superiori alla norma. Tutti prodotti che non sono conformi ai parametri di produzione e commercializzazione previsti dalle direttive dell’Unione Europea. Secondo un nuovo rapporto dell’OCSE, in Italia il commercio mondiale di beni contraffatti (borse di lusso, orologi, prodotti alimentari, componenti auto) ha un impatto sull’economia che va dall’1 al 2 per cento del PIL in termini di mancate vendite, e un mancato impiego di 87 mila lavoratori. I prodotti falsi provengono da Cina (50%) e Hong Kong (29%), ma anche da Grecia (6%), Singapore (4%) e Turchia (2%). Il bello, o il brutto, è che spesso, attratti dal prezzo e dalla possibilità di poter disporre di oggetti altrimenti inarrivabili per le nostre finanze, non facciamo caso a tutto il resto, cioè alla qualità e all’originalità. Infatti, sempre l’OCSE, ritiene che la quota di prodotti falsi acquistati in Italia da consumatori coscienti va dal 15 per cento per i prodotti alimentari al 60% per orologi, dispositivi informatici e di comunicazione. Tutto il resto è convinto di acquistare “pulito”. D’altronde, “poniamo più attenzione nel far credere agli altri di essere felici che non cercare di esserlo veramente”. E non da oggi, ma almeno dalla metà del XVII secolo, quando lo sostenne La Rochefoucauld (questa è originale, non contraffatta…).

ARMATEVI E SPARATE…

La vicenda dei coniugi abruzzesi massacrati di botte nella loro villetta di Lanciano, per una rapina di poche migliaia di euro, può essere un caso di scuola sulla corsa all’armamento domestico che negli ultimi anni sembra una delle attività preferite dagli italiani. I responsabili dell’efferata rapina sono stati tutti arrestati, sono romeni ed hanno confessato. Le vittime hanno dichiarato di ritenersi fortunate a non avere in casa nessuna arma, altrimenti sarebbero state uccise. Il ministro dell’Interno ha invece sostenuto che quanto avvenuto rende ancora più urgente una riforma in modo da rendere più facile l’uso delle armi in casa, per salvaguardarsi dagli aggressori. La giustificazione a difendersi comunque, anche fino all’uccisione del malfattore intruso, è che se un malintenzionato entra a casa nostra per commettere un reato, sa a che pericolo va incontro, quindi lo fa a suo rischio e pericolo: se vuole sopraffare la nostra famiglia è giusto considerare legittimo l’uso della forza nei suoi confronti. Il ragionamento è condiviso da oltre la metà degli italiani. Alcuni sondaggi hanno rilevato che il 40 per cento degli italiani ritiene che debbano essere meno rigidi i criteri per possedere un’arma da fuoco e oltre la metà (56,3 per cento) utilizzerebbe un’arma per difendersi. Dalle dichiarazioni raccolte da Censis ed Eurispes, emerge che aumenta la sensazione di insicurezza, mentre i dati ufficiali dimostrano che il numero dei reati commessi è in calo. Secondo le cifre del ministero dell’Interno, lo scorso anno c’è stata una riduzione del 9,2% dei delitti in Italia (2.457.764) e il trend è confermato dai parziali di quest’anno, che indicano una diminuzione del 7,5 per cento delle persone denunciate o arrestate per un qualsiasi delitto. Scendono le rapine (-5,5%), le estorsioni (-9,1%), i furti (-8,1%) e i reati connessi alla droga (-3,3%). L’unico aumento è legato alle violenze sessuali (+8%). Un dato che potrebbe far comprendere la maggiore insicurezza potrebbe essere quello relativo a chi commette i reati: la maggioranza è composta da delinquenti italiani (68,1%), anche se il pensiero corre subito agli stranieri i quali, percentualmente, delinquono più dei nostri connazionali: rappresentano l’8 per cento della popolazione eppure sono responsabili del 31,9 per cento dei reati. 

«Mi compro una bella pistola e guai a chi entra a casa, perché gli sparo!». È questa la frase più ricorrente. Intanto, non è così semplice acquistare legalmente un’arma; eppoi, siamo davvero certi che sapremmo usarla all’occorrenza? Per essere “all’altezza” sono sempre più numerosi gli italiani che si recano al tiro a segno per imparare a maneggiare una pistola. Ci sono 263 sezioni del tiro a segno nazionale e una sessantina di poligoni privati sparsi dalle Alpi a Lampedusa. Si va a scuola di maneggio armi mentre si chiede il permesso per detenerle a casa o il porto d’armi ((le licenze rilasciate sono aumentate del 14 per cento circa). In un rapporto dell’Eurispes si legge che oltre dieci milioni di connazionali dichiara di possedere legalmente un’arma. Le licenze per difesa personale sarebbero invece circa 34 mila, più 50 mila per le guardie giurate, circa 800 mila licenze di caccia e 178 mila licenze per tiro a volo. Per ottenere il porto d’armi occorre presentare la domanda in Questura o alla Prefettura, allegando un certificato anamnestico del medico di base, che attesta la sanità psico-fisica dell’individuo, che non deve fare uso di sostanze stupefacenti, psicotrope o alcol. La Asl competente territorialmente effettua poi verifiche ulteriori.

C’è poi la scelta dell’arma, generalmente una pistola, perché più maneggevole. Le più richieste sono l’italiana Beretta APX e l’austriaca Glock, simili tra loro per leggerezza, agilità nell’impugnatura e capacità di fuoco. I prezzi partono dai 400 euro per le pistole usate (o a piombini o aria compressa, per le quali non occorre nessuna licenza). Inutile dire che su Internet si trovano a bizzeffe siti più o meno in regola che le smerciano. E quello della vendita è un aspetto che nessuno considera, ma che fa girare milioni. Il settore armiero rappresenta comunque uno dei più importanti del Paese. In Italia ci sono 2.264 imprese, tra produttori finali di armi, componenti e munizioni, produttori specializzati, fornitori e aziende nei settori ausiliari, come produttori di macchinari, imprese logistiche e rivenditori. Gli ultimi dati ufficiali disponibili da parte dell’Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni Sportive e Civili (ANPAM), risalenti a diversi anni fa, stimano il giro d’affari in 7,293 miliardi di euro, corrispondenti allo 0,44% del Pil nazionale. Il settore, che dà lavoro a oltre 94-274 addetti, è in crescita del 19% rispetto al 2010, grazie soprattutto all’export che incide per il 90,3% (+6,3% rispetto al 2010). L’Italia vende moltissimo a Norvegia (389 milioni), Singapore (381 milioni), ma anche a Usa (344 milioni), Emirati Arabi (304 milioni) e Turchia (128,7 milioni).

Detto questo, due considerazioni, la prima di carattere statistico, la seconda psicologico. Negli Usa, dove comprare un’arma è molto semplice, si è arrivati in un anno a 14 mila omicidi volontari con un’arma da fuoco (4,5 ogni centomila abitanti), contro i 150 avvenuti nello stesso periodo in Italia, dove le norme sono molto restrittive, con un’incidenza dello 0,2 per 100 mila abitanti. Come dire: più armi più omicidi. Infine, siamo davvero sicuri che avremmo la meglio contro i malintenzionati che dovessero entrare a casa? Perché il punto è proprio questo: se seguiamo le norme di legge o il nostro istinto di persone pacifiche, verremmo molto probabilmente sopraffatti da chi delinque per indole e professione. Quindi, prima di tutto, occorrerebbe scoprire che tipo di animo è il nostro e, qualora fossimo appena appena indecisi se sparare a qualcuno, sarebbe meglio desistere. Perché: o si va decisi fino in fondo, oppure ha detto bene il mite e sfortunato dottor Carlo Martelli: “Se avessimo avuto un’arma ci avrebbero uccisi”.

LA MEMORIA E IL LUOGO

Foto di Antonio Andreucci

Ormai il popolo aquilano divide la sua storia in prima e dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Un evento che ha cambiato nell’intimo chiunque sia stato in balia di quella scossa che non finiva mai. Nella divisione tra il “prima” e il “dopo”, il periodo del “riavviamento” del calendario è contrassegnato dalle osservazioni del “Qualunque uomo”, inteso nella sua accezione migliore. Il Qualunque uomo parlando con i suoi simili impreziosisce questo periodo con domande retoriche mai banali: chi ci ha rimesso, chi ci ha guadagnato o addirittura speculato? Chi ha sepolto i propri cari? Chi ha avuto il corpo o la psiche devastati? Chi è scappato, chi è rimasto? Le domande potrebbero proseguire per pagine e pagine. E, sottovoce, i Qualunque uomo si danno risposte. Sottovoce, in una specie di “tra di loro” per cui alla fine, tutti sanno, come per la saga/sagra di Sant’Agnese.

Non aveva dubbi, invece, un noto psicoterapeuta del capoluogo. Qualche giorno dopo il terremoto, nel piazzale della Guardia di Finanza, lo studioso della psiche umana, conversando con me e un comune amico, azzardò: “Paradossalmente, questo sisma farà bene agli aquilani, perché darà loro quella scossa di cui hanno bisogno per svegliarsi dal torpore e migliorarsi”. Dopo un decennio, quanti si sentono di dargli ragione, e quanti ritengono che, invece, ci sia stato un peggioramento, un incattivirsi e un prendere a pretesto il terremoto per giustificare quei deleteri lati oscuri emersi assieme al radon? Spunti di riflessione che il Qualunque uomo fa mentre ripercorre quel centro ancora disteso a terra e quelle periferie costellate di new town (chi può dire che siano state inutili? Concepite malamente, ma non inutili).

L’Aquila è ormai tutto un luogo della memoria: ogni vicolo, ogni piazza, ogni palazzo ancora rudere o rimesso in piedi, ogni faccia di chi ha una famiglia menomata. Un esteso luogo della memoria nel quale, passando, ricordiamo il “prima” vissuto e un “dopo” che tarda ad arrivare. E si sente il bisogno di andare nella cappella delle Anime Sante a sfogliare lentamente, con un groppo in gola e gli occhi inumiditi dalle lacrime, l’album dei ricordi con le immagini di quei 309 esseri viventi – parenti, amici, conoscenti, sconosciuti – che non hanno avuto la possibilità di porsi queste domande sospese. Anche se quei ricordi sono indelebili dentro di noi, manca il luogo pubblico della memoria collettiva, un “Ground zero” che ricordi tutti e a tutti.

LA CRISI NON TOCCA L’AGROMAFIA

Ma quale crisi, gli affari vanno alla grande, soprattutto da quando i picciotti non sono più coppola e lupara, ma hanno master in economia, parlano fluentemente l’inglese e usano i grafici per spiegare ai mammasantissima come si fanno i piccioli. La nuova criminalità organizzata è questa, e si sta espandendo in un settore di investimento che rende più della droga, più delle estorsioni, che è un’ottima lavanderia per ripulire il denaro provento di attività criminose, che è legale, alla luce del sole e non si esaurirà mai: l’agroalimentare. Le nuove leve provengono sia dalle tradizionali “famiglie”, i cui rampolli hanno studiato o preso master in prestigiose università, sia dal normale mondo dell’imprenditoria e della finanza, dove gente senza scrupoli mette le proprie capacità manageriali al servizio della criminalità organizzata, sempre prodiga di denaro con chi asseconda i suoi scopi.  Così i fatturati illegali aumentano sempre di più. Nell’ultimo anno l’agromafia ha visto crescere il fatturato del 12,7 per cento, raggiungendo i 24 miliardi e mezzo di euro. Un trend positivo – come rileva l’ultimo rapporto elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare – che non risente delle tensioni del commercio mondiale, delle barriere della circolazione delle merci e dei capitali, e della stagnazione dell’economia. italiana e internazionale.

Una rete criminale – si afferma nel rapporto, intitolato “Il crimine nel piatto” – che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. La crisi dei consumi degli ultimi anni è stata la linfa delle agromafie perché le difficoltà economiche hanno costretto le famiglie meno abbienti a tagliare la spesa alimentare e a preferire l’acquisto di alimenti più economici, prodotti spesso a prezzi troppo bassi per essere sani e freschi. Di questa filiera fa parte anche la ristorazione, perché ci sono locali dove non si guarda tanto per il sottile quando si tratta di lucrare sulla pelle degli ignari clienti i quali, spesso attratti dai prezzi irrisori, si siedono a quelle tavole convinti di fare un affare perché si illudono di mangiare prelibatezze naturali a prezzi da panino. I poteri criminali si “annidano” nel percorso che frutta e verdura, carne e pesce, devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani passando per alcuni grandi mercati di scambio fino alla grande distribuzione, annientando la concorrenza onesta e il libero mercato legale. Il risultato è la moltiplicazione dei prezzi, che per l’ortofrutta arrivano a triplicare dal campo alla tavola, i pesanti danni all’immagine per il Made in Italy. Si calcola che il 17 per cento degli italiani sia stato vittima di frodi alimentari con l’acquisto di cibi fasulli, avariati e alterati. Non è un caso se sempre più spesso tra i ben sequestrati alle famiglie criminali compaiono supermercati, centri commerciali, ristoranti e bar.

I prodotti più colpiti da truffe e reati legati alle agromafie sono il vino (+75 per cento dei reati), la carne (+101%), le conserve (+78%) e lo zucchero. Nell’ultimo anno sono stati sequestrati 17,6 milioni di chili di alimenti di vario tipo per un valore di 34 milioni di euro con lo smantellamento di un’organizzazione fra Campania, Puglia, Emilia Romagna, Sicilia e Veneto (come si vede, Nord o Sud, lo stesso sono…). Quelli che riportiamo sono solo alcuni degli esempi di come la criminalità porti in tavola prodotti illegali, pericolosi o frutto dello sfruttamento dei lavoratori, tra i quali spesso vi sono bambini. La mozzarella da buttare viene sbiancata con la soda; il pesce vecchio rinfrescato con il cafados, una miscela di acidi organici e acqua ossigenata che viene mescolata con il ghiaccio e consente di dare una freschezza apparente; la carne proveniente da macelli clandestini, senza alcun controllo sanitario sia sulla carne sia sui locali nei quali viene sezionata e tantomeno sulle procedure igieniche usate; il riso della Birmania, frutto della persecuzione e del genocidio dei Rohingya; il pane cotto in forni clandestini dove si usano scarti di legna e mobili laccati contaminati da vernici e sostanze chimiche; nocciole turcheprodotte con il lavoro dei minori; il miele, usato anche per i biscotti,“tagliato” con sciroppo di riso, mais o zucchero per gonfiarne il volume con sottoprodotti che costano un decimo del miele genuino;tartine di tartufi cinesi spacciati per italiani, perché il “tuber indicum” è simile per aspetto al tartufo nero nostrano, ma non ne possiede le qualità organolettiche; i funghi porcinisecchi romeni serviti come italiani; olio di semi colorato alla clorofilla al posto dell’extravergine; imitazioni  di parmigiano reggiano o grana padano spacciati per dop, ma di infima qualità. L’elenco potrebbe continuare. Ci limitiamo a raccomandare di leggere sempre attentamente cosa c’è scritto sulle confezioni dei prodotti.

Un occhio particolare anche ai prezzi: quando sono troppo bassi è lecito dubitare della bontà del prodotto o del servizio. Quindi, attenzione-attenzione-attenzione, perché mentre i colletti bianchi della criminalità pasteggiano nei ristoranti stellati, ci sono malcapitati ai quali può toccare in sorte il seguente menu: antipasto di mozzarella alla soda e perossido di benzoile; primo: riso di Birmania; secondo: pesce ringiovanito con cafados o carne da macelli clandestini; contorno di tartine di tartufi cinesi o funghi porcini rumeni; dolce: biscotti al miele adulterato; vino scadente adulterato con lo zucchero; condimento: olio in boccette senza tappo antirabbocco (vietate da anni), parmigiano o grana adulterati, già grattugiati. Buona indigestione.

UN ROBOT CI AIUTERA’

Chissà se il Genio lo aveva previsto. Forse sì, ma tra i suoi appunti conosciuti non vi è traccia di cosa avrebbe potuto causare quel suo studio. Così, 523 anni dopo, i normali cercano di capire le ripercussioni che avrà nei prossimi 15 anni il robot. Già, perché il primo progetto documentato di un robot umanoide venne fatto da Leonardo da Vinci attorno al1495. Suoi disegni scoperti negli anni Cinquanta raffigurano in modo dettagliato un“cavaliere meccanico”, che era apparentemente in grado di alzarsi in piedi, agitare le braccia e muovere testa e mascella. Non è dato sapere se Leonardo abbia o no tentato di costruire il robot, a questo ci pensò l’inventore francese Jacques de Vaucanson il quale nel 1738 prima fabbricò un automa che suonava il flauto, e poi un’anatra meccanica che, secondo le testimonianze, mangiava e faceva anche i suoi bisognini.

Da qualche decennio questi “oggetti umanoidi” si chiamano robot, termine derivante dal ceco e che significa “lavoro pesante”. A ben pensarci, servono per darci una mano. Isaac Asimov ne ha fatto il perno della sua produzione letteraria, ma le cose stanno andando talmente veloci che il carattere naif del passato è sopraffatto dalle previsioni: i robot ci ruberanno il lavoro? Più di uno studio qualificato prevede che nei prossimi 15-20 anni vi sarà una perdita di almeno tre milioni di posti di lavoro. Il progresso tecnologico ha sempre creato ricchezza e nuova occupazione. Avere per colleghi dei robot in molte aziende è ormai una realtà: dai carrelli automatici che prelevano i prodotti all’interno dei magazzini Amazon alle SpeedFactory di Adidas, dove le scarpe vengono costruite quasi senza intervento umano. La tecnologia sta contribuendo a ridisegnare le attività produttive in ogni ambito e a tutti i livelli: i nuovi lavoratori elettronici infatti non si occupano solo dei lavori più ripetitivi e di basso profilo, ma sono sempre più spesso impiegati anche in quelle che vengono definite professioni della conoscenza. L’avanzata delle macchine sui luoghi di lavoro sembra ormai inarrestabile, tuttavia il loro avvento nella catena economica deve avvenire in maniera controllata e servono misure che tutelino le categorie più deboli. Comunque, non sono solo gli operai a doversi preparare a un cambio epocale: software sempre più evoluti e capaci di apprendere sono già entrati nelle professioni intellettuali, come il medico, l’avvocato, il manager, il consulente finanziario.

Gli stessi studi indicano, però, che si creeranno nuovi lavori e nuove figure professionali generati proprio da questo cambiamento epocale che ricorda gli albori della rivoluzione industriale di tre secoli fa. In pratica, le macchine non ci toglierebbero il lavoro, tutt’altro: i Paesi più avanzati mostrano tassi di disoccupazione minore, a condizione che il processo sia governato dalla politica (quella buona, ovviamente…), in maniera che gli impieghi cancellati dall’avvento di macchine e software sofisticati possano essere rimpiazzati da mansioni più qualificate. In Germania, per esempio, il valore aggiunto generato dall’industria negli ultimi dieci anni è aumentato del 3,8 e la quota di Pil investita in ricerca e sviluppo è stata del 2,8% mentre in Italia quest’ultima è stata dell’1,3 per cento e il valore aggiunto è sceso del 2,1%. Maggiormente significativo è il confronto sulla qualità dei posti di lavoro creati negli ultimi cinque anni: nella fascia di retribuzione più bassa “vince” l’Italia con 470 mila impieghi contro i 200 mila della Germania; in quella più alta i tedeschi sono a 680 mila contro i nostri 100 mila. Complessivamente, in questo settore vi sono stati 570 mila nuovi posti da noi e 780 mila da loro (210 mila in più). Come si vede, tutto dipende da come si affronta il cambiamento.

Il Club Ambrosetti nel suo report sull’argomento sostiene che il mercato del lavoro italiano non sarà una passeggiata: manifattura e commercio perderanno rispettivamente 840 mila e 600 mila unità; inquindici anni le attività immobiliari perderanno trecentomila degli attuali 2,5 milioni di addetti; oltre 200 mila nei settori agricolo e ittico. La perdita dell’occupazione sarà rapida: 130 mila all’anno nei primi cinque, 290 mila negli ultimi cinque. I rischi maggiori saranno per le nuove generazioni: 20 per cento per i lavoratori fra i 20 e i 24 anni, 16 per cento fra i 25 e i 29, e 13 per cento fra i 60 e i 64 anni. Nella stessa ricerca si sostiene che sarebbe sufficiente elaborare iniziative capaci di creare 42 mila posti all’anno, puntando nei settori come l’alta tecnologia, le scienze della vita e la ricerca di base. Per ogni nuovo postoin un settore avanzato se ne creano altri 2,1 nell’indotto, il che significa – considerando solo questi tre esempi – che daiquarantamila posti l’anno in questi settori si sale a 124 mila (con gli 84 mila dell’indotto) e in quindici anni si creerebbero oltre 1,8 milioni di nuovi posti, colmando, quindi, il vuoto che verrebbe causato dai robot. Ma quali sono i lavori destinati a scomparire e quelli che dureranno per sempre? Secondo alcuni esperti, un futuro tetro è all’orizzonte di televenditori, cassieri, consulenti fiscali e bancari, e anche ferrovieri e autisti (quando le automobili faranno quasi tutto); invece, potranno dormire sonni tranquilli terapeuti, assistenti sociali, insegnanti, chirurghi avvocati e cantanti. Comunque, nessuna paura, perché uno dei maggiori sociologi del lavoro italiani, Domenico De Masi, ha trovato una formula che merita la massima attenzione, e l’ha esplicitata nel suo recente studio “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati (Rizzoli, Milano 2017) nel quale, parafrasando il celebre slogan del Sessantotto “Lavorare meno, lavorare tutti”, sostiene, e dimostra, che per dare un lavoro ai disoccupati basterebbe ridurre di poco l’orario di lavoro degli occupati. Nel nostro Paese lavoriamo 1.800 ore l’anno pro capite e abbiamo sei milioni di disoccupati – argomenta De Masi -. Se scendessimo alle 1.482 ore pro capite dei francesi, avremmo oltre quattro milioni di posti in più. E se toccassimo le 1.371 ore pro capite dei tedeschi (che, dunque, a dispetto dei luoghi comuni, lavorano meno di noi, ma in modo più efficiente) guadagneremmo 6,6 milioni di posti. Una tesi che andrebbe approfondita e coniugata con politiche del lavoro all’avanguardia, perché il problema è davvero serio.

Da servi (nell’antico slavo ecclesiastico “rabota” significa servitù), i robot rischiano di diventare padroni. Le previsioni dello studio Ambrosetti indicano che torneremo ai livelli occupazionali degli anni Settanta, con costi sociali spaventosi: una contrazione dei consumi fino a 43 miliardi di euro e lo Stato dovrà rinunciare a 30,5 miliardi di gettito fiscale. Ma per quest’ultimo aspetto sembra che siano già pronte soluzioni: qualcuno ipotizza l’introduzione dell’Irped, un’imposta sul reddito prodotto dalle persone digitali, cioè i robot.  Va a finire che se si dovesse rivelare più alta delle altre, qualcuno potrebbe reimpiegare gli umani al posto degli umanoidi. Quindi, se un robot ci dovesse togliere il lavoro, una tassa ce lo ridarà!