ENTI LOCALI: UN BUCO DI 10 MILIARDI

Io pago, tu paghi, egli paga, il Comune è in dissesto. Com’è possibile? Si dice: le multe prima o poi dovrai pagarle, perciò ti conviene farlo subito, prima che arrivi la cartella esattoriale con le more, gli interessi eccetera eccetera. Vero. Però come si spiega che ci sono miliardi non incassati dai Comuni per il divieto di sosta che ci ha mandato di traverso la giornata? E come si spiega che ci sono altri miliardi di Imu,Tasi,Tari, imposta su pubblicità e sulle insegne, addizionale Irpef e compagnia bella ancora lontani dall’incasso mentre per pagarle abbiamo dovuto rinunciare a una pizza, a un vestito, a una settimana di vacanze? Evidentemente è possibile farla franca. Non sappiamo come si faccia e non ci interessa, quello che conta è che qualcuno spieghi come mai a fronte di milioni di contribuenti precisi e fedeli, sia possibile per altri milioni far finta di nulla. Il problema è che dovendo far quadrare bilanci traballanti o dissestati, gli Enti locali attuano la più semplice delle iniziative: aumentare l’importo delle gabelle, a scapito dei soliti contribuenti onesti. È notizia di questo periodo, che la mancata riscossione dei tributi locali ha prodotto un buco di circa 10 miliardi, secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili relativi al 2017, forniti dalla Corte dei Conti, che sui Comuni vigila e fa le pulci. A fronte di accertamenti per 37,6 miliardi di lire, il denaro riscosso è stato di 27,8 miliardi. All’appello mancano 3,5 miliardi di tasse sui rifiuti e servizi, 3,2 di Imu e 2,1 di addizionale Irpef (una riscossione che tecnicamente spetta allo Stato, ma che una volta riscossa va nelle casse dei Comuni). Infine, mancano un miliardo e 700 milioni di multe non pagate.

Il bello è che gran parte di questa montagna di denaro non sarebbe più esigibile, quindi il furbo ha colpito ancora. C’è stato anche chi si è preso la briga di spulciare in giro per lo Stivale, scoprendo che ci sono posti dove non riscuotere le gabelle è quasi la norma ed altri – vivaddio! – dove le cose funzionano. Tra i Comuni di provincia, Avellino è quello meno solerte, raccogliendo appena il 55,26 per cento dell’accertato (25,237 milioni su 45,667). Non si discostano di molto Reggio Calabria (57,2%, con 72,025 milioni su 125,918), Enna (19,6 su 11,7 milioni), Latina (54,8/90,7), 102/161,8), Cagliari (99,6/159,8), giusto per fermarci ai primi sei. Tra le metropoli, svetta Roma: il Comune deve incassare ancora un miliardo e 97 milioni di euro (750 milioni di tributi e 347 di multe), Milano 651 milioni (rispettivamente 494 e 157 milioni.) e Napoli 485 (285 milioni più 200). Ma ci sono anche Comuni virtuosi, come L’Aquila, per esempio, la cui raccolta è altissima: quasi il 99 per cento dei 36, 336 milioni accertati), o Trento (98,69%), Isernia (94,91%). Bolzano (94,58%) e Genova (92,24%).

Si tratta solo di incapacità, di difficoltà burocratiche sull’affidamento degli incarichi di riscossione alle agenzie o di incapacità di queste ultime? L’Associazione nazionale dei Comuni (ANCI) ha calcolato che su 21 miliardi di crediti per la cui riscossione gli Enti si sono rivolti all’Agenzia delle Entrate (ex Equitalia), negli ultimi 17 anni ne sono stati riscossi 14. Il sospetto di tale inefficienza è che vengano privilegiate le grandi cifre di società e personaggi, quelle che fanno scalpore, e non quelle piccole dei comuni mortali. Ora, può darsi che davvero tutti questi elementi siano la causa di un mare di denaro pubblico non acquisito, però c’è anche chi sostiene che facendo pagare le gabelle i politici governanti perdono voti, quindi potere. Beh, forse è anche così, ma l’occhio di riguardo è per pochissimi, forse i grandi elettori, quelli che portano i voti degli altri o foraggiano bene le loro campagne elettorali. La restante parte dei cittadini paga e zitta!

Il bello è che gli stessi Enti locali, così solerti con l’indifeso travet, a volte fanno i furbi non pagando i contributi ai loro dipendenti, perché non hanno soldi in cassa, anche se gli importi vengono messi a bilancio. La differenza con i privati è che per gli Enti si parla di omissione mentre per i privati di evasione dei contributi previdenziali. Non solo: mentre i dipendenti privati rischiano la pensione per le “marchette” non versate, quelli pubblici no, perché sarà l’ente creditore, o in sua vece lo Stato, a farsene carico. Cioè: se il dipendente privato non ha i contributi, si arrangia, mentre a quello pubblico ci pensiamo tutti noi. Su quanto debbano versare gli Enti pubblici all’INPS non ci sono notizie, tanta è la riservatezza, mentre si sa che l’Istituto di previdenza deve recuperare dai privati circa 126 miliardi di euro per la cui riscossione si è affidato all’Agenzia delle Entrate. Purtroppo, sembra che ben 100 miliardi non siano esigibili per fallimento dell’azienda privata, morte del datore di lavoro, nullatenenza dello stesso. Quindi, pace. 

Perciò, che fare? Delle due l’una: o i Comuni si attrezzano meglio, e rendendosi più efficaci evitano di vessare sempre gli stessi, oppure ci si trasferisce tutti ad Asuni, sulle colline dell’Oristanese, la cui popolazione è in caduta costante (ora ci sono circa 300 anime). In quel Comune viene riscosso appena il 5,77 per cento dei tributi (duemila euro su 38 mila). È un’idea…

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