FONDI COMUNITARI:CI SONO MA NON SI VEDONO

I soldi ci sono, tanti soldi. Li mette l’Unione europea, quelli che alcuni vorrebbero abbandonare… Per prenderli, basta presentare progetti validi e attuarli. Sembra semplice, in effetti lo sarebbe, ma la burocrazia e le inefficienze di molte regioni impediscono a questo enorme fiume di denaro di arrivare in Italia e di creare posti di lavoro e benessere. I soldi ci sono, ma spesso restano negli istituti di credito. Eppure i fondi europei costituiscono un’opportunità unica”. Il Piano Juncker è costituito da un Fondo di Garanzia di 21 miliardi di euro, di cui 15,5 miliardi destinati a infrastrutture e innovazione, altri 5,5 alle piccole e medie imprese; soldi che aggiunti ai fondi nazionali e privati potrebbero portare a finanziare progetti in totale per 315 milioni. Non sono noccioline. Negli ultimi nove mesi l’Italia ha cambiato passo nel selezionare i progetti che beneficeranno dei Fondi strutturali europei. Il cosiddetto “tasso di selezione” è salito dal 4 al 14,1 per cento, cosa che ci ha consentito di ottenere 10,4 miliardi di euro dei 73,6 previsti dalla dotazione complessiva dei Fondi strutturali e d’investimento europei (Esi) per il periodo 2014-2020. Tuttavia, la media Ue del tasso di selezione dei progetti è del 20,20 per cento; quindi, nonostante il considerevole passo in avanti, siamo ancora sotto di 6,1 punti rispetto alla media.

I fondi europei – accantonati dall’UE con le rimesse degli Stati membri – vengono erogati per sostenere la crescita delle aree più deboli, per un valore pari a un terzo di tutto il bilancio comunitario. Sono diversi: Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), che assorbe circa due-terzi delle risorse, e il Fondo sociale europeo (Fse). Il primo sostiene soprattutto la realizzazione di infrastrutture e di investimenti produttivi che generano occupazione, soprattutto nel mondo delle imprese. Il secondo mira a favorire l’inserimento professionale dei disoccupati e delle categorie sociali più deboli, finanziando in particolare azioni di formazione. Ci sono poi i cofinanziamenti statali e quelli regionali: Pon (Piani operativi nazionali) e Por (piani operativi regionali). 

L’Italia è destinataria di una trentina di miliardi di fondi europei che al momento sono bloccati a causa di ritardi di Governo e Regioni – soprattutto del Sud – che non hanno ancora nominato le autorità preposte a gestire, certificare e controllare i progetti. Inadempienze che possono costarci il disimpegno automatico delle somme. Una situazione che, secondo Bruxelles, delinea “una delle situazioni peggiori della Ue“. Inoltre, per un’altra tranche dei Fondi, nelle casse dell’UE rimangono 5,3 miliardi relativi alla programmazione 2007-2013. Andranno persi se entro questo mese non sarà presentata la rendicontazione delle fatture emesse entro il 2015. 

Fra lentezze burocratiche e cantieri in ritardo o bloccati dai ricorsi, su 28 miliardi di fondi strutturali a disposizione, certifica la Commissione europea, l’Italia ne ha utilizzati l’81 per cento, una decina di punti al di sotto della media Ue (90,3 per cento). Negli ultimi mesi questo ritardo ha spinto tutte le amministrazioni pubbliche che hanno in ballo progetti non ancora conclusi a un’autentica corsa ai pagamenti per non perdere il denaro, anche se i rendiconti dovranno poi passare al vaglio severo di Bruxelles, che potrà rifiutare il rimborso delle spese ritenute irregolari. Peggio di noi sono riuscite a fare solo la Romania (75 per cento) e la Croazia (65 per cento), mentre tra le nazioni più virtuose figurano la Polonia (che ha portato a termine 20 programmi su 21) e la Grecia che ha impegnato la quasi totalità dell’assegnazione (il 99,5 per cento). Come dire: ci sono Paesi che vogliono tutti i vantaggi della UE senza accettarne i costi. L’Italia fa l’esatto contrario: paga i costi, fa i sacrifici necessarî, e non è in grado neanche di ricevere quei fondi che le spettano di diritto.

L’associazione Openpolis ha elaborato i dati di Opencoesione (il portale governativo che monitora l’attuazione dei progetti finanziati dalle politiche di coesione) ed ha scoperto che quasi un progetto su 15 non è mai partito. Complessivamente i fondi strutturali sono stati suddivisi in oltre 900 mila interventi di varie dimensioni, ma 104 mila sono ancora in corso e 63 mila (il 7 per cento, per i quali l’Europa aveva messo sul piatto 3,2 miliardi) non sono neppure stati avviati, nonostante siano stati presentati, approvati e finanziati. Molti progetti riguardano le infrastrutture, ma tantissimi sono relativi a cose meno impegnative anche sotto il profilo dell’elaborazione. Gran parte delle incompiute riguarda interventi di taglia media (fra 10 mila e 100 mila euro) o medio-piccola (1.000-10 mila euro).

Certo, questa enorme massa di risorse non può essere utilizzata per sistemare problemi come le pensioni, i sussidi, i buchi della sanità. Però se venisse utilizzata, lo Stato non dovrebbe stanziare cifre considerevoli per molte opere realizzabili con i fondi europei, e potrebbe destinare quei soldi a settori che ne hanno bisogno. Basti pensare che i 5,3 miliardi citati prima sono quasi la stessa cifra che il Governo precedente aveva previsto per il taglio delle tasse. A volte i fondi europei vengono ottenuti per un certo tipo di progetto e poi utilizzati per altre cose (per esempio, qualche anno fa a Napoli 750 mila euro del fondo regionale di sviluppo servirono per organizzare il concerto di Elton John!): in questi casi se l’UE se ne accorge – e spessissimo accade, perché i controlli li fa…. – blocca tutto o chiede indietro il denaro. Altre volte è la malavita che, lesta a predisporre i progetti senza perdersi in fronzoli, riesce ad ottenerli attraverso società di comodo.

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