LA CRISI NON TOCCA L’AGROMAFIA

Ma quale crisi, gli affari vanno alla grande, soprattutto da quando i picciotti non sono più coppola e lupara, ma hanno master in economia, parlano fluentemente l’inglese e usano i grafici per spiegare ai mammasantissima come si fanno i piccioli. La nuova criminalità organizzata è questa, e si sta espandendo in un settore di investimento che rende più della droga, più delle estorsioni, che è un’ottima lavanderia per ripulire il denaro provento di attività criminose, che è legale, alla luce del sole e non si esaurirà mai: l’agroalimentare. Le nuove leve provengono sia dalle tradizionali “famiglie”, i cui rampolli hanno studiato o preso master in prestigiose università, sia dal normale mondo dell’imprenditoria e della finanza, dove gente senza scrupoli mette le proprie capacità manageriali al servizio della criminalità organizzata, sempre prodiga di denaro con chi asseconda i suoi scopi.  Così i fatturati illegali aumentano sempre di più. Nell’ultimo anno l’agromafia ha visto crescere il fatturato del 12,7 per cento, raggiungendo i 24 miliardi e mezzo di euro. Un trend positivo – come rileva l’ultimo rapporto elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare – che non risente delle tensioni del commercio mondiale, delle barriere della circolazione delle merci e dei capitali, e della stagnazione dell’economia. italiana e internazionale.

Una rete criminale – si afferma nel rapporto, intitolato “Il crimine nel piatto” – che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. La crisi dei consumi degli ultimi anni è stata la linfa delle agromafie perché le difficoltà economiche hanno costretto le famiglie meno abbienti a tagliare la spesa alimentare e a preferire l’acquisto di alimenti più economici, prodotti spesso a prezzi troppo bassi per essere sani e freschi. Di questa filiera fa parte anche la ristorazione, perché ci sono locali dove non si guarda tanto per il sottile quando si tratta di lucrare sulla pelle degli ignari clienti i quali, spesso attratti dai prezzi irrisori, si siedono a quelle tavole convinti di fare un affare perché si illudono di mangiare prelibatezze naturali a prezzi da panino. I poteri criminali si “annidano” nel percorso che frutta e verdura, carne e pesce, devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani passando per alcuni grandi mercati di scambio fino alla grande distribuzione, annientando la concorrenza onesta e il libero mercato legale. Il risultato è la moltiplicazione dei prezzi, che per l’ortofrutta arrivano a triplicare dal campo alla tavola, i pesanti danni all’immagine per il Made in Italy. Si calcola che il 17 per cento degli italiani sia stato vittima di frodi alimentari con l’acquisto di cibi fasulli, avariati e alterati. Non è un caso se sempre più spesso tra i ben sequestrati alle famiglie criminali compaiono supermercati, centri commerciali, ristoranti e bar.

I prodotti più colpiti da truffe e reati legati alle agromafie sono il vino (+75 per cento dei reati), la carne (+101%), le conserve (+78%) e lo zucchero. Nell’ultimo anno sono stati sequestrati 17,6 milioni di chili di alimenti di vario tipo per un valore di 34 milioni di euro con lo smantellamento di un’organizzazione fra Campania, Puglia, Emilia Romagna, Sicilia e Veneto (come si vede, Nord o Sud, lo stesso sono…). Quelli che riportiamo sono solo alcuni degli esempi di come la criminalità porti in tavola prodotti illegali, pericolosi o frutto dello sfruttamento dei lavoratori, tra i quali spesso vi sono bambini. La mozzarella da buttare viene sbiancata con la soda; il pesce vecchio rinfrescato con il cafados, una miscela di acidi organici e acqua ossigenata che viene mescolata con il ghiaccio e consente di dare una freschezza apparente; la carne proveniente da macelli clandestini, senza alcun controllo sanitario sia sulla carne sia sui locali nei quali viene sezionata e tantomeno sulle procedure igieniche usate; il riso della Birmania, frutto della persecuzione e del genocidio dei Rohingya; il pane cotto in forni clandestini dove si usano scarti di legna e mobili laccati contaminati da vernici e sostanze chimiche; nocciole turcheprodotte con il lavoro dei minori; il miele, usato anche per i biscotti,“tagliato” con sciroppo di riso, mais o zucchero per gonfiarne il volume con sottoprodotti che costano un decimo del miele genuino;tartine di tartufi cinesi spacciati per italiani, perché il “tuber indicum” è simile per aspetto al tartufo nero nostrano, ma non ne possiede le qualità organolettiche; i funghi porcinisecchi romeni serviti come italiani; olio di semi colorato alla clorofilla al posto dell’extravergine; imitazioni  di parmigiano reggiano o grana padano spacciati per dop, ma di infima qualità. L’elenco potrebbe continuare. Ci limitiamo a raccomandare di leggere sempre attentamente cosa c’è scritto sulle confezioni dei prodotti.

Un occhio particolare anche ai prezzi: quando sono troppo bassi è lecito dubitare della bontà del prodotto o del servizio. Quindi, attenzione-attenzione-attenzione, perché mentre i colletti bianchi della criminalità pasteggiano nei ristoranti stellati, ci sono malcapitati ai quali può toccare in sorte il seguente menu: antipasto di mozzarella alla soda e perossido di benzoile; primo: riso di Birmania; secondo: pesce ringiovanito con cafados o carne da macelli clandestini; contorno di tartine di tartufi cinesi o funghi porcini rumeni; dolce: biscotti al miele adulterato; vino scadente adulterato con lo zucchero; condimento: olio in boccette senza tappo antirabbocco (vietate da anni), parmigiano o grana adulterati, già grattugiati. Buona indigestione.

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